La sua esperienza di comunicatore al servizio delle nuove start up africane, alla scoperta di un continente dinamico e stufo di fare la cenerentola del mondo. C’è il magentino Paolo Bovio, 30 anni, tra i protagonisti della terza edizione di Startup Africa Roadtrip, il progetto not-for-profit promosso dall’associazione TechGarage che, dal 2017, organizza percorsi di training per startup e progetti d’impresa in Africa, mettendone in contatto gli ecosistemi imprenditoriali con quello italiano e coinvolgendo un numero crescente di professionisti e organizzazioni. E così Bovio, ex collaboratore del nostro settimanale, si è messo in gioco, trasformando le sue vacanze in un’esperienza unica. Palcoscenico dell’avventura estiva è stata Kampala, capitale dell’Uganda che con 16 tech hub – tra incubatori, acceleratori, spazi di co-working e poli universitari – si è affermata come una delle città protagoniste dell’ondata di innovazione che dalla «Silicon Savannah» del vicino Kenya sta diffondendo nuovi modelli di impresa in tutta l’Africa Orientale. Ospite della Makerere University, il gruppo italiano – composto da esperti del panorama startup e specialisti del digitale, con una media di età entro i 30 anni – ha dato vita a una settimana hi-tech dedicata a startupper e aspiranti imprenditori locali. 21 team ugandesi, per un totale di 50 persone, hanno avuto così accesso gratuito a sessioni di formazione per elaborare e convalidare le proprie strategia di crescita e costruire roadmap sostenibili per il loro business. Insomma un ponte per l’innovazione e lo sviluppo africano, costruito anche grazie al contributo di un magentino, che ha messo le sue competenze al servizio di un progetto più grande.

Paolo Bovio racconta la sua Africa

Come è nata questa avventura?
«Su proposta di un amico, Andrea Censoni, fondatore e inventore di questo format che, di fatto, si traduce in una esperienza di volontariato innovativa che fa leva su competenze specifiche di giovani protagonisti del mondo digital. Insomma, un modo per mettersi non solo al servizio di un bisogno concreto e reale, ma anche per confrontarsi con giovani come noi che stanno cercando di riuscire in una grandissima impresa: creare opportunità di lavoro nella loro terra d’origine, quell’Africa che da una parte ha la popolazione più giovane del mondo, risorse da offrire, ma dall’altra lotta ogni giorni con una serie di criticità che complicano la strada dello sviluppo. C’è tanta disoccupazione, soprattutto giovanile. Chi crea lavoro, in qualsiasi sua forma, di fatto fa un’opera sociale. Con questi ragazzi ci siamo confrontati in una settimana di formazione intensa per capire, insieme, come fare impresa».
Come giudichi questa esperienza?
«E’ stata una esperienza bellissima, che da tempo volevo realizzare in Africa. Ho partecipato al corso di formazione per volontari e mi sono messo in gioco e c’è stata subito intesa col gruppo. questo è stato determinante nel successo del progetto. ottime premesse, grandi risultati».
Hai più dato o ricevuto?
«Ho vissuto esperienze analoghe anche se differenti. Dal 202 sono attivo nell’ambito dell’interculturalità, penso a Young effect, Erasmus plus e altri progetti europei che ho vissuto, grazie a cui ho sempre scoperto le affinità tra giovani europei. Pensavo che in Africa le differenze si sentissero di più, in realtà le barriere culturali non sono state affatto un ostacolo. Poter mettere in gioco e a disposizione di altri ciò che uno sa è bello e gratificante. In un certo si restituisce ciò che si è ricevuto. Questo viaggio è stato il mio modo di ridare un po’ di quanto, in questi anni, ho avuto dalla vita».
Cosa ti ha sorpreso?
«Ho visto un volto dell’Africa spesso nascosto e sconosciuto. Un’Africa spesso descritta come arretrata, ma che sotto certi punti di vista ha una marcia in più. Un’incubatrice di sviluppo, che va sostenuta. dinamica, in moto, che va oltre gli stereotipi cui siamo abituati. Una realtà che viaggia verso l’innovazione».
Missione compiuta?
«In parte, perché il progetto non finisce: le migliori 4 startup selezionate accederanno ad un incontro con l’ecosistema italiano a fine anno o inizio 2020. Un lavoro in corso».
Cosa hai insegnato?
«Ciò di cui mi occupo ogni giorno: social media marketing. Insomma, un advertising efficace e poco costoso su Facebook, cioè un modo di fare pubblicità accessibile a nuove imprese che devono fare i conti con piccoli budget».
Valentina Pagani