E’ arrivato a Magenta con una valigia carica di speranze. Aveva 18 anni, alle spalle un vero calvario cominciato ancora adolescente, fatto di sogni spezzati e una fuga dal Paese e dalla famiglia che amava.
Oggi Cheikh Tidiane ha 22 anni e a giugno festeggia 4 anni di permanenza alla «Vincenziana».
Quattro anni difficili, in cui lui, senegalese, ha sfidato tanti ostacoli per trasformare Magenta nella sua nuova casa.
La sua parola d’ordine è lavorare, per costruirsi un futuro, ha imparato il dialetto magentino e sogna di ricevere finalmente l’asilo politico, che aspetta da quattro anni.

Dal Senegal a Magenta, un bel viaggio, cosa ricordi?
«E’ stata una delle esperienze più traumatiche della mia vita. Se avessi saputo che sarebbe stato così difficile, non so se lo avrei affrontato. Tutto è cominciato tempo prima, quando per problemi familiari ho dovuto lasciare il Senagal. Sono stato in Gambia, Mali, Burkina Faso, in Niger. Quindi in Libia, sempre a lavorare. Avevo trovato impiego in un negozio che vendeva piatti. Poi la guerra ha cambiato tutto, e son dovuto scappare, verso l’Italia. Quel barcone non lo dimenticherò mai, un incubo. Poi sono arrivato a Catania, quindi a Milano e, dopo qualche settimana, mi sono trovato a Magenta. E qui è cominciata una nuova avventura».

Come è stato l’approccio con la Vincenziana?
«Difficile. Molti pensano che siamo lì, a fare niente. Non è così. All’inizio sei solo, con altri ragazzi, alcuni giovani come te, altri più grandi. Non con tutti ti intendi, cambia la lingua, cambiano le usanze. Gente nuova, un posto sconosciuto. Ci sono stati momenti difficili, persone che non rispettavano le regole, e tu sei lì in mezzo. Però, ci tengo a dirlo, si può scegliere come diventare. Io grazie a tanti magentini generosi non sono stato ad aspettare. Mi sono rimboccato le maniche per provare a costruirmi un futuro. Che, spero col cuore, possa essere qui, nella città che mi ha accolto e a cui voglio restituire qualcosa».

Dopo 4 anni, ancora non hai risposte per la tua richiesta d’asilo…
«Esatto, io cerco di essere ottimista. Nel frattempo lavoro sodo per meritarmelo. Per tre anni ho dato una mano ai Cicli Battistella di Pontevecchio. Lì, tra le biciclette, ho scoperto una passione e imparato un mestiere. ora vado in bicicletta e penso che potrei aggiustare qualsiasi “due ruote”. E poi ho imparato il dialetto!»

Superi, insomma, l’esame della «cadrega»?
«Assolutamente! Stando lì, tutti parlavano il dialetto e ho presto dovuto imparare che la cadrega è la sedia e così via. Anche qualche parolaccia (ride, ndr). Faccio fatica a parlarlo, ma capisco quasi tutto. ed è bello, mi fa sentire a casa. Poi la mattina vado a scuola e conto di prendere a fine anno la licenza media. Ci tengo molto. Quando torno studio e poi, intorno alle 16, prendo il treno per Milano. dove adesso lavoro».

Sei passato dalle biciclette ai fornelli…
«Sì, nell’ambito del percorso che mi è stato proposto ho frequentato un corso di formazione in ristorazione con Soleterre e ora ho un contratto di tre mesi. Un lavoro che mi piace molto e sul quale vorrei costruire il mio futuro».

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Te lo immaginavi prima di lasciare il Senegal?
«No, mai avrei pensato di lasciare il mio Paese. All’epoca pensavo ad andare a scuola (là ha ancora due fratellini che studiano, ndr) e pensavo che mi sarebbe piaciuto fare il militare. L’uniforme mi affascina, ho chiesto anche qui, magari per diventare carabiniere, ma non si può, perché non sono cittadino italiano. Non mi scoraggio, ho trovato un’altra passione. Ora incrocio le dita».

Qual è il tuo sogno?
«Costruirmi una vita tutta mia qui. E con qui, intendo proprio Magenta. La città che mi ha fatto sentire di nuovo a casa. La gente è stata buona con me, ora ho tanti amici, vado a casa loro, ci vado anche in vacanza. Il mio sogno è aprire un mio ristorante qui, con cucina italiana e senegalese, che possa unire tutti. E, non lo nascondo, sogno anche una mia famiglia. Sono fidanzato con una ragazza italiana di Magenta, si chiama Giada».

Quali difficoltà hai trovato qui?
«All’inizio il rapporto con la preghiera non è stato semplice. Sono di fede islamica, ma non sapevo come gestirla con al vita di qui. Io sono molto credente, ma rispetto tutte le fedi. Ho imparato ad adeguare la mia fede alle abitudini di qui. Prego a casa, quando finisco il lavoro e la scuola. Non ho mai avuto problemi, anzi. Ad aiutarmi anche un sentito rispetto delle regole».

Non è per tutti i richiedenti asilo così?
«No, come dicevo siamo tanti e diversi. Per tutti siamo “i ragazzi della Vincenziana”, ma ognuno di noi è a sé. Ho visto miei coinquilini chiedere l’elemosina. Io mi vergognerei. Neppure li saluto quando li vedo. Il mio motto è lavorare, lavorare, lavorare: spero di realizzare i miei sogni. Non è facile, neanche per gli italiani trovare lavoro. Ma bisogna darsi da fare e qualcosa si ottiene».

Cosa pensi delle critiche mosse ai richiedenti asilo?
«Preferisco ascoltare la voce di chi ci aiuta. E sono tanti. Grazie a molti amici sto studiando e lavorando. Gioco a calcio per svagarmi, vado in bicicletta, ho imparato due mestieri. ora spero un giorno di poter cucinare per tutti i miei amici e ringraziarli per quanto mi hanno dato. La strada è ancora lunga, ma sono molto giovane e credo che adesso sia il momento di fare i sacrifici. Sono certo che i risultati arriveranno».

 

Contro ogni stereotipo, Tidiane non si ferma un attimo, tra libri, fornelli e sogni di una vita nuova nel Paese che lo ha accolto. Senza risparmiare qualche critica a chi, invece, se ne approfitta: «In passato qualcuno ha dato problemi, ma ora è stato allontanato. Ora ci sono tanti ragazzi nuovi, la situazione è tranquilla», racconta riferendosi alla Vincenziana. Per lui, un punto di partenza verso un futuro tutto da costruire.