Morti in corsia, continua la deposizione dell’ex viceprimario del Pronto Soccorso di Saronno Leonardo Cazzaniga, accusato in totale di 15 omicidi, di cui 12 tra le mura dell’ospedale.

Morti in corsia, Cazzaniga e il suo “protocollo”

Se ne è parlato dall’inizio delle testimonianze ed è stato protagonista anche del ritorno in aula, ieri (venerdì) del viceprimario del Pronto Soccorso di Saronno: il cosiddetto “Protocollo Cazzaniga”. Un mix lettale di farmaci, iniettati ai pazienti, hanno riferito gli infermieri in questi mesi di processo. Un  insieme di regole, etiche e morali, ha invece spiegato il medico, il cui unico fine, ha dichiarato Cazzaniga, era di “ridurre la condizione di sofferenza”.

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I “dieci comandamenti” di Cazzaniga

Primo, la pietà e “la compassione che devono intessere il comportamento del medico”. Secondo, umanità: “Molti medici si comportano come se i pazienti fossero oggetti da gestire e non essere umani. Ho visto molti miei colleghi essere infastiditi dai pazienti. Cosa intollerabile, mi tocca dirlo”, ha spiegato. Seguono etica e morale, che “impongono al medico di considerare il malato al centro del proprio lavoro”. Quarto comandamento, lenire la sofferenza, “i sintomi refrattari che rendono gli ultimi attimi di vita del paziente insopportabili”. C’è poi il considerare il paziente un essere umano, trattarlo “come se fosse un parente”. La sesta regola del Protocollo Cazzaniga è la contrarietà all’accanimento terapeutico, già ribadita più volte dalla difesa durante il processo, considerato “una forma di crudeltà”. E affianco a questo, la contrarietà anche a tutte quelle tecniche che allungando la vita del paziente lo costringono all’agonia perchè non ne leniscono le sofferenze. La morte e la sua accettazione sono all’ottavo punto: “La morte  è il nostro orizzonte – ha dichiarato – ci dobbiamo preoccupare del fatto che il paziente muoia nelle condizioni migliori possibili. Inoltre dobbiamo immedesimarci con la sofferenza del paziente: cogliere l’essenza della sua agonia, la sua lotta”. L’ultimo punto, l’empatia verso i parenti del paziente.

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Tutto il contrario, dunque, dell’immagine di Cazzaniga che era stata tratteggiata dagli infermieri e dai parenti delle vittime.

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Le 12 morti in Pronto Soccorso

Secondo quanto spiegato dal medico quindi, il Protocollo Cazzaniga non era un mero cocktail di farmaci ma una filosofia, la ratio che guidava il suo lavoro. Da questa, quindi, le 12 morti in Pronto Soccorso (per quanto riguarda le tre dei famigliari dell’ex amante Laura Taroni, Cazzaniga si era già dichiarato estranei ai fatti la scorsa settimana): non vittime della volontà omicida del medico ma persone già prossime al decesso a cui Cazzaniga avrebbe, come più volte sostenuto dalla difesa, abbreviato e lenito lo stato agonico. “Avevano tutte una speranza di vita calcolata su minuti, al massimo poche ore, pazienti terminali e sofferenti”, li ha definiti.  Questo il nodo su cui sarà chiamato a decidere il giudice: se, ed eventualmente di quanto, Cazzaniga abbia superato la sottile linea tra l’accompagnare gli ultimi attimi di vita rendendoli meno dolori e l’aver invece accelerato l’arrivo della morte.

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