Balbuzie a scuola, qual è il ruolo degli insegnanti? Si tratta di un ambiente molto delicato in cui, oltre ad accrescere la conoscenza e le capacità cognitive dei bambini, si sviluppano le abilità sociali e le competenze alla base delle interazioni con gli adulti e con i coetanei.

A scuola serve parlare bene

Così come per l’adulto il luogo di lavoro costituisce il principale contesto di interazione quotidiana, per il ragazzo la scuola rappresenta il più importante banco di prova. Percepirsi un interlocutore efficace significa infatti saper tenere banco a scuola e costituisce un requisito fondamentale per far emergere chi siamo. Accade nel confronto continuo con i compagni, durante una discussione con i coetanei, o nell’esprimere con passione il proprio punto di vista all’interno del gruppo. Avviene anche con gli insegnanti, quando si conquista un giudizio positivo durante un’interrogazione. O, astutamente, si riesce a farla franca grazie ad una buona parlantina, (anche se non si ha studiato abbastanza). Insomma, a scuola serve parlare bene.

Balbuzie, di cosa stiamo parlando?

Ma che cosa significa balbettare? Valentina Letorio, neuropsicologa di Vivavoce Institute, centro milanese di eccellenza per il trattamento della balbuzie, ci aiuta ad immedesimarci nei panni di un ragazzo che balbetta. «Immaginate di avere un concetto in testa e di non riuscire ad esprimerlo. Tutto è chiaro nella vostra mente. Ossia quali vocaboli utilizzare, che enfasi dare al discorso, quando fare delle pause. Il messaggio è pronto, probabilmente avete ponderato bene ogni singola parola e nella vostra mente suona perfetto, ma sentite che non riuscirete a dirlo. E lo sapete ancora prima di provarci. Avvertite un blocco nell’addome, l’aria dai polmoni non arriva alla bocca, labbra e lingua non rispondono più ai vostri comandi ma rimangono come paralizzate in una posizione e non si smuovono da lì. Come reagireste?».

Esposizione e contenuto

A differenza di quanto comunemente si pensa, labalbuzie non compromette solo l’esposizione, la forma con cui viene espresso il messaggio, ma in molte occasioni ne condiziona anche il contenuto: oltre alla tensione fisica, che può tradursi in spasmi e movimenti involontari, chi balbetta è soggetto ad un sovraccarico cognitivo perché continua a riformulare il proprio pensiero quando il blocco della parola diventa insuperabile.

Un campo minato in cui destreggiarsi

«Io stessa più volte mi sono ritrovata a fare discorsi anche molto distanti, nel contenuto, da come li avevo pensati nella mia mente – continua la dottoressa Letorio – e non potevo fare diversamente perché mi sentivo come in un campo minato, in cui le bombe erano le parole che non uscivano e io dovevo evitarle a tutti i costi per non innescarle». Tutte queste esperienze associate al parlato sono spesso accompagnate da vissuti di frustrazione e vergogna. Possono indurre il ragazzo a continue rinunce, a non mettersi in gioco e a scappare da tutte quelle situazioni percepite come scomode, ansiogene o addirittura umilianti. Perché con ogni probabilità lo esporranno all’insuccesso comunicativo. Sul lungo termine, questo progressivo ritiro può diventare sempre più pervasivo. Generando poi condotte di evitamento che si estendono ai più svariati contesti, anche non correlati all’interazione verbale.

Conoscere per relazionarsi nel modo giusto

«Soprattutto a scuola, la non conoscenza di cosa sia realmente la balbuzie porta spesso insegnanti e compagni ad assegnare facili etichette. E a mettere in atto più o meno consapevolmente atteggiamenti e comportamenti che non fanno che aumentare il disagio e il senso di inadeguatezza del ragazzo. Spesso l’insegnante può incorrere in giudizi sbrigativi e superficiali, rischiando di inquadrare in modo non completo il problema». E allora lo studente che balbetta si sente dire: «Devi studiare di più, così sarai più sicuro nell’interrogazione». Oppure: «Stai calmo, respira». Queste frasi, dette chiaramente in buona fede, non considerano però il fatto che maggiore è la pressione comunicativa, maggiore sarà anche la tensione a livello fisico e muscolare. Il che, come sappiamo, aggrava le manifestazioni della balbuzie.

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Secco no all’atteggiamento rinunciatario

E neanche evitare tutte le fatiche allo studente può essere la soluzione, perché si rischia di arrecare ancora più danno. Ad esempio, la decisione di esonerare il ragazzo o il bambino che balbetta da prove orali non fa che dare ulteriore credito a tutti quei vissuti di inadeguatezza e inferiorità. Per cui egli sente non soltanto di fare più fatica a raggiungere gli stessi obiettivi dei pari, ma anche di non avere in partenza le possibilità (e le risorse) per aspirarvi. E questo atteggiamento rinunciatario se consolidato a scuola si perpetuerà poi in tutti gli altri ambiti di vita del ragazzo.

Trasformare la balbuzie in un’opportunità

«Fondamentale invece – conclude la dottoressa Letorio – è stimolare lo studente che balbetta a partecipare attivamente alle attività scolastiche. Incoraggiandolo ad intervenire durante la lezione, ponendogli delle domande e non riservandogli un trattamento o un metro di giudizio diversi durante le prove orali. In più, è importante lasciare al ragazzo i propri tempi per esprimersi, rispettando i turni di conversazione. Senza sovrapporsi ai suoi interventi completando le frasi al suo posto. Anche non distogliere lo sguardo nei momenti di blocco della parola è un modo per incoraggiarlo a proseguire. Perché gli trasmette che le sue parole hanno un valore e meritano l’attenzione dell’interlocutore, non tanto per come sono articolate ma per il loro significato. Il mondo della scuola è un grande sostegno e supporto nell’affrontare la balbuzie, se trasmette allo studente la certezza che questa fatica non è insuperabile, può essere affrontata insieme e piano piano, trasformarsi addirittura in un’opportunità.